shapeimage_2Prefazione:

Il lettore non cerchi in questa prefazione indizi, dettagli e note sul poeta. Non servirebbero, perché identificare l’uomo non significherebbe conoscere il poeta. Lasco è uno di noi e come tale ne possiamo immaginare quell’insieme di pensieri e di atti, di volizioni e di coazioni, di libertà e di costrizioni che chiamiamo vita.

Vita, quella di lasko, ben nota a chi scrive, che tuttavia non riesce ancora a penetrarne con appagante volontà di comprensione l’alchemica traduzione poetica. Leggere le “favole inclinate”, le impressionistiche affabulazioni, le immagini di parole di lasko, significa, infatti, esperire una sorta di comunicazione trans-logica, quasi divinatoria, difficilmente riconducibile all’uomo, all’amico che si è soliti frequentare nella quotidianità.

Forse Platone aveva ragione: “Il poeta, infatti, è un essere leggero, alato, sacro, che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, se prima non sia uscito di senno, e più non abbia in sé intelletto  (Ione, 533 d)

Certo, l’evoluzione storica della cultura occidentale ci ha abituato ad un’immagine ben più secolarizzata del poeta. Tuttavia, se interpretiamo la “divina mania” come riferimento alla capacità di proferire un logos non umano, un dire che rompe e stravolge gli schemi della nostra sintassi abituale, allora il poeta non può non apparirci “preso” da questa forza, da questa necessità di comunicare attraverso lo straniamento.

Necessità prepotente, dispotica quella di lasko, che sembra trarre origine da

”danni mai superati”

che si sostanzia in squarci di versi, sorta di lampi semantici, che rischiarano tranci di un’esistenza dominata dalla lacerante consapevolezza della propria complessità.

Un’esistenza che è

-l’infrangersi dell’abitudine nell’interno passato oscuro-

                                         Maria Marina Maruzzi